Padre Angelo Secchi

Nato da una modesta famiglia, il padre Antonio era falegname, terminate le scuole elementari fu iscritto al ginnasio dei Gesuiti. All’età di 15 anni chiese di entrare nella Compagnia di Gesù iniziando il noviziato a Bologna e continuando a Roma, prima a S. Andrea al Quirinale poi al Collegio Romano, dove terminò gli studi.

Ebbe quindi un’educazione prevalentemente classica, ma negli ultimi anni ebbe come docenti di materie scientifiche i padri Giambattista Pianciani e Francesco De Vico, Direttore dell’Osservatorio astronomico del Collegio Romano.

Insegnò prima grammatica e filologia poi fisica al Collegio Romano e nel 1841 ottenne la cattedra di fisica e matematica al collegio gesuita di Loreto. Nel 1844 iniziò gli studi teologici e nel 1847 venne ordinato sacerdote.

Nel 1848, per le vicende politiche della Repubblica Romana di Mazzini, fu esiliato con i suoi confratelli, prima in Inghilterra nel collegio di Stonyhurst, poi negli Stati Uniti, a Georgetown presso Washington, dove si dedicò per un anno alle ricerche astronomiche come assistente di Padre Curley, Direttore del locale Osservatorio.

Al ritorno in patria nel 1849, accettò l’incarico di Direttore dell’Osservatorio del Collegio Romano, vacante dopo la morte di De Vico, con lo scopo di riorganizzarlo.

Riprese l’idea di Ruggero Boscovich e lo costruì sul tetto della chiesa di S. Ignazio, una curiosità unica nella storia dell’astronomia: infatti i tre poderosi pilastri che, secondo il progetto originario mai realizzato, dovevano sostenere una cupola di 80 metri di altezza, erano in grado di sorreggere gli strumenti di un osservatorio astronomico.

Il nuovo Osservatorio del Collegio Romano venne inaugurato nel 1852: fra gli strumenti vi erano un cannocchiale Cauchoix con obiettivo di 16 cm e un rifrattore Merz di 24 cm di apertura, entrambi di ottima qualità. Da quell’anno fino alla morte iniziò per Secchi il lavoro di ricerca scientifica che lo portò ad essere uno degli scienziati più rappresentativi dell’800.

Si occupò di magnetismo, di meteorologia e misure geodetiche, ma anche, come esperto dello Stato Pontificio, di sanità, clima, acquedotti ed elettricità. Nel 1867 presentò all’Esposizione Universale di Parigi uno strumento, il “Metereografo”, che permetteva di registrare temperatura, pressione, direzione e velocità del vento e quantità di pioggia. Per questo strumento fu premiato da Napoleone III che lo nominò Ufficiale della Legione d’Onore.

Le sue annotazioni quotidiane delle condizioni metereologiche di Roma erano minuziose e il giorno della presa di Porta Pia (20 settembre 1870) annotò che le condizioni del cielo erano perfette, ma era ‘in corso una tempesta a terra’.

Determinò la latitudine e longitudine dell’Osservatorio del Collegio Romano e la differenza con quelle di Capodimonte, collegando così il meridiano di Roma con quelli fondamentali. La ‘mira’ per questo, posta al Pincio nel 1860, ora è completata con un suo busto.

Il contributo fondamentale però lo diede soprattutto aprendo la strada all’astrofisica. In effetti la sua nomina a Direttore dell’Osservatorio era stata criticata, non essendo noto come astronomo, e si pensava che avrebbe fatto della fisica più che dell’astronomia osservativa.

Scoprì alcune comete nel 1852 (a nucleo multiplo) e 1853 (ritrovò i due frammenti della cometa di Biela). Osservò tutti i pianeti del sistema solare, intuendo la natura gassosa dei grandi pianeti e studiando in particolare la struttura degli anelli di Saturno. Disegnò nel 1858 una delle prime mappe di Marte, con quello che chiamò ‘canale maggiore’, definizione ripresa, per altre strutture e con le famose conseguenze, da Schiaparelli e Percival Lowell.

Si dedicò intensamente allo studio del Sole, già dall’eclissi totale del 1851, tentando una dagherrotipia, applicando così tra i primi la nuova tecnica della fotografia. Si videro per la prima volta tre protuberanze solari, osservate anche da Airy, Direttore dell’Osservatorio di Greenwich. Si comincio così a dare importanza alle protuberanze e alla corona solare, prima considerate di scarsa importanza o addirittura dovute a fenomeni atmosferici.

Durante l’eclissi totale del 18 luglio 1860 in Spagna riuscì a fotografare la corona. Per l’eclisse totale nelle Indie del 1868, Janssen riuscì a osservare le protuberanze anche al di fuori dell’eclisse e ben presto anche per Secchi le osservazioni delle protuberanze divennero regolari come quelle delle macchie solari. Dal 1871 le giornaliere osservazioni di macchie e protuberanze confermarono la comune origine di queste manifestazioni dell’attività solare. Tutte le sue ricerche sul Sole vennero pubblicate nel volume "Le Soleil" (Parigi, Gauthier-Villars, 1875).

Nel 1874 organizzò la prima spedizione astronomica nazionale dopo l’unificazione dell’Italia per osservare il transito di Venere sul disco del Sole da Muddapur, in India.

Il suo contributo più importante però riguarda l’applicazione all’astronomia della novità dell’analisi spettrale: associando uno spettroscopio ad un cannocchiale, osservò più di 4000 spettri di stelle, rivelando così la natura chimica dei corpi celesti e suddividendo le stelle in classi spettrali.

Iniziò con lo studio delle stelle doppie modificando la classificazione di Friedrich Von Struve e distinguendo le vere doppie (che ruotano intorno ad un baricentro) da quelle che sembrano doppie per un effetto di prospettiva. Studiò poi le nebulose ipotizzando che molte di esse (come quella di Orione) non fossero ammassi di stelle, ma di gas.

Osservò poi che ogni spettro stellare differiva dagli altri e caratterizzava la stella per la sua composizione chimica, così che le stelle potevano essere raggruppate in 4 classi, secondo il ‘colore’: da Bianche (come Sirio o Vega) a Rosse (come Betelgeuse o Antares). L’importanza di questa classificazione è notevole, perché l’astronomia si era sempre limitata allo studio delle posizioni e dei moti, anche se fu poi revisionata da Edward Pickering, dopo la scoperta della legge di Wien che mette in relazione lo spettro con la temperatura.

Nel 1871 fondò, assieme agli astronomi Pietro Tacchini e Lorenzo Respighi, la Società degli Spettroscopisti Italiani, che trasformatasi nel 1920 esiste tuttora con il nome di Società Astronomica Italiana (SAIt).

Si può mettere in rilievo la sua coerenza nei difficili anni seguenti all’unificazione dello Stato italiano, rifiutò infatti di entrare nei ruoli del Regno, non volendo rinnegare il lavoro di una vita svolto al Collegio Romano, come veniva preteso. Dopo la presa di Roma dovette andarsene a causa della legge sulle corporazioni religiose, che prevedeva anche lo sgombero del Collegio Romano. Furono anni travagliati per lo scienziato, che venne mantenuto in carica con un decreto speciale del governo e accettò di tornare al Collegio non come direttore ma come curatore.

Dopo la sua morte, nel 1878, l’Osservatorio del Collegio Romano venne espropriato dallo Stato italiano, e così finì la prima fase dell’evoluzione della Specola Vaticana, che con le ricerche condotte sotto la sua guida aveva raggiunto un livello di fama mondiale.

Secchi scrisse nel 1863 L’unità delle forze fisiche – Saggio di filosofia naturale che ebbe un notevole successo e, solo in Italia, 4 edizioni (l’ultima nel 1885). Si tratta di un vero e proprio trattato di fisica, diviso in 4 capitoli: del calorico, della luce, dell’elettricità e della costituzione della materia. Pubblicò anche Le Stelle (Milano Dumolard 1870) e Lezioni elementari di Fisica Terrestre (Torino, Loescher 1879).

Era socio delle Accademie più importanti, quali la Royal Society, l’Accademia delle scienze di Parigi, Bruxelles, Berlino, S. Pietroburgo, Madrid, Philadelphia e l’Accademia dei XL.

L’asteroide 4705-Secchi fu chiamato col suo nome e per onorarlo in modo degno con un Osservatorio si mossero importanti personalità nazionali; la maggior parte dei fondi necessari vennero versati dall’estero, tuttavia questi rimasero inutilizzati e l’osservatorio non fu mai costruito. L’Associazione Reggiana di Astronomia ha ritenuto doveroso intitolargli l’Osservatorio Astronomico Pubblico di Castelnovo Sotto, nel 1978.